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Agire per il nostro settore agricolo è possibile, con semplicità e concretezza. PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Cicciarelli   
Domenica 04 Dicembre 2011 10:33


Scrivo queste righe per presentarvi un'idea che riguarda il mondo dell'agricoltura. Si parla spesso dell'importanza del cibo, ma altrettanto spesso ci dimentichiamo di chi lo produce. Talvolta si tratta di realtà agricole floride, altre volte di piccole aziende famigliari o ancora di pensionati che hanno un terreno che coltivano da generazioni ma la lista è molto più lunga. In questi ultimi anni in l'agricoltura soffre per i cambiamenti in corso nella politica agricola comunitaria e per il pesante squilibrio che esiste nella filiera agricola. Problemi che si sommano ad altri preesistenti come la competizione del settore agricolo con settori produttivi più remunerativi. Oggi esiste una forte difficoltà di contrattazione dei prezzi al produttore, da parte del coltivatore, a causa della ridotta dimensione economica delle aziende, della scarsa organizzazione e della difficoltà di trovare alternative di vendita alla filiera tradizionale.

 

Cosa sta succedendo?

Il divario che esiste tra i prezzi dei prodotti alimentari all'azienda e quelli al consumo risulta amplificato dai numerosi passaggi che il prodotto attraversa dal produttore al consumatore. Si è spesso parlato di una filiera agricola squilibrata in cui il potere contrattuale è tutto nelle mani di un solo componente; a volte abbiamo sentito parlare di abbandono del territorio, frammentazione agricola, o perdita della biodiversità ed ancora perdita di competitività dell'agricoltura.

 

Cosa possiamo fare?

Non esiste una sola risposta a questa domanda, tuttavia, in questo quadro, si è sviluppato già da alcuni anni un dibattito sulle opportunità offerte dalla cosiddetta filiera corta o circuito breve. Tale confronto risulta di particolare attualità in Italia considerando che la normativa che promuove l'attivazione della filiera corta è di recente emanazione: ci si riferisce al D.M. 20 novembre 2007 sui mercati riservati all'esercizio della vendita diretta da parte degli imprenditori agricoli. Questa modalità di commercializzazione (su cui si è molto discusso in Europa ed USA), i cui vantaggi sono stati più volte evidenziati dalla letteratura straniera e italiana e dalle organizzazioni di categoria agricole, costituisce un'alternativa alla filiera lunga.

Si tratta di una modalità di commercializzazione che permette ai consumatori di acquistare generi alimentari direttamente dai produttori, ed è quindi caratterizzato dall'assenza di intermediari fra produttori e consumatori. La vendita diretta, o filiera corta, è ritenuta da molti un modo più genuino per l'acquisto di alimenti in quanto aumenta la possibilità, da parte dell'acquirente, di controllare l'origine limitando od eliminando completamente i costi aggiuntivi dovuti alle intermediazioni (manipolazione, trasporto, conservazione). I prodotti della filiera corta possono giungere al consumatore finale in breve tempo e quindi possono essere raccolti al giusto grado di maturazione rispettando anche l'ambiente per il ridotto consumo di carburante.

Questa forma di distribuzione ha subito un notevole incremento negli ultimi anni, si parla più specificatamente di “farmers market” o “green market”, in Italia noti come mercati contadini, realtà ormai ampiamente diffuse in altri Paesi europei e anche negli USA dove iniziarono a diffondersi a partire dagli anni '70.

Dobbiamo riconoscere che prodotti agricoli, oggi, non svolgono più soltanto la funzione base di nutrimento, ma includono, per qualità intrinseche, provenienza, modalità di confezionamento e commercializzazione, anche il soddisfacimento di altre esigenze: valenze culturali, genuinità, salubrità, sostenibilità ambientale, o tipicità del gusto, più facilmente riscontrabili nei prodotti commercializzati dalla filiera corta. La filiera corta può contribuire ai processi di sviluppo di aree rurali marginali in cui può aiutare a contrastare il fenomeno di impoverimento delle risorse naturali ed umane. La filiera corta non si pone lo scopo di risolvere tutti i problemi delle aziende agricole, essa si adatta particolarmente bene a risolvere le difficoltà di aziende di piccole dimensioni, multifunzionali, che offrono prodotti di nicchia (locali tipici biologici). Queste aziende sono introdotte in una nova visione nella loro gestione, incentivando il rispetto del territori mediante l'adozione di pratiche agricole più compatibili con l'uomo e l'ambiente e preservando dall'estinzione specie vegetali ed animali altrimenti abbandonate dalle agricolture intensive.

 

Conviene a tutti?

I dibattuti e ampiamente studiati vantaggi della filiera corta, consistono essenzialmente nella sostenibilità di questa modalità di vendita dai diversi punti di vista:

  • Ambiente: riduzione, nella cosiddetta offerta a chilometro zero, dei consumi energetici e dell'inquinamento legato al trasporto e alla frigoconservazione.

  • Sociale: controllo diretto del prezzo e della qualità da parte dei consumatori, maggiore freschezza e salubrità dei prodotti deperibili, rapporto di fiducia e scambio di informazioni tra produttori e consumatori, sviluppo rurale in aree marginali.

  • Economico: prezzi dei beni alimentari più contenuti per gli acquirenti e più remunerativi per i produttori.

In complesso si tratta di vantaggi che non si delineano esclusivamente in una riduzione dei prezzi all'acquisto e alla vendita, elemento che nei momenti di difficoltà può essere fattore trainante, ma consistono anche nella volontà della domanda di ricercare il prodotto tipico, o comunque locale, al quale si attribuiscono una serie di caratteristiche che aggiungono valore (non esclusivamente economico, ma di salubrità e sostenibilità) alla merce. L'interesse alla promozione del chilometro zero, da parte dell'autorità pubblica è anche legata ad aspetti di sostenibilità ambientale.

 

È tutto così semplice?

Può risultare difficile, per un gruppo di piccoli agricoltori avviare un'attività di questo tipo. Le azioni da intraprendere sono moltissime e non si limitano al solo aspetto burocratico. Per questo, difronte ad una realtà agricola estremamente frammentata, chi ha gli strumenti e le competenze, come l'amministrazione pubblica, deve intervenire. È necessaria la valorizzazione e promozione il prodotto locale, come è possibile inserire aiuti alle fasce più deboli con buoni pasto da spendere sol nel mercato, e quindi solo nel territorio del comune (sperimentate negli USA).

Gestire una attività di vendita diretta richiede del tempo che si sottrae ad altre attività, richiede di sopportare delle spese come il trasporto ed eventuali assicurazioni e un modo diverso di gestire la propria attività concordando strategie di vendita ecc. Uno dei problemi che devono risolvere i promotori del mercato è sicuramente la scelta del luogo. Nelle aree urbane esiste la difficoltà di reperire spazzi adeguati ad allestire un mercato contadino. Questo evidenzia l'importanza di una attenta pianificazione del mercato in ogni suo aspetto.

 

Cosa ne pensa il consumatore?

I consumi occupano, nella vita delle persone, un ruolo di primaria importanza tanto che si assiste sempre di più all'emergere di una nuova consapevolezza circa i dovere sociali di ognuno in quanto consumatore. Ognuno di noi cerca di migliorare come può la qualità della propria vita e miglioramento significa, come prima cosa, un modo di pensare che si ripercuote anche sulle scelte relative al cosa portare in tavola. Questa attenzione trova, soprattutto recentemente, un forte aiuto per scelta dei prodotti in base alla qualità: le certificazioni piuttosto che un sentito dire o attività pubblicitarie. Dietro la parola qualità ci sono molti processi che la determinano, facendo accendere più voci raccolte in un unico termine: qualità come rispetto dell'ambiente, degli animali, quindi dell'uomo, limpidezza dei vari processi di filiera, controlli da parte di enti e personale qualificato, genuinità dei vari prodotti. Il consumo critico inserisce quindi nel ventaglio delle scelte che può operare il consumatore altri elementi ed opportunità (es. ambiente e sviluppo), che non si scontrano con l'economia ma si inseriscono in essa rispettando le stesse regole della domanda e dell'offerta .

 

Come funzionano i mercati contadini?

I mercati contadini permettono un incontro diretto tra il produttore ed il consumatore, si tratta di luoghi dove spesso è possibile fermarsi, parlare, consumare un pasto e un bicchiere di vino in compagnia, dove fare la spesa non più come un atto funzionale ed alienate, ma un tempo riconquistato e dedicato al piacere e alla socialità. La filiera corta, con la vendita diretta, è sicuramente un modo di acquistare intelligente ma anche divertente. Non solo questi mercati permettono alle agricolture di fatto, composte di piccolissimi produttori che spesso producono anche per il proprio autoconsumo, di trovare sbocchi per le eccedenze, ma permettono anche ad agricolture più estese, cooperative e consorzi di mostrare i loro prodotti e trovare vie alternative di vendita. In un sistema riconoscibile, stabile, ben regolamentato e garante della qualità dei prodotti. Il mercato contadino richiede quindi che si instauri un rapporto diretto tra produttore e consumatore.

 

Dove si trovano e dove sono nati i mercati contadini?

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, i mercati contadini non sono nati in aree svantaggiate. Questa tipologia di mercato si è diffusa in paesi altamente industrializzati, ma che riconoscono al contempo, all'agricoltura un ruolo strategico nell'economia. Ogni paese si è dotato di una propria legislazione nella regolamentazione di questi mercati.

In Francia le prime esperienze in tal senso risalgono circa al 1992, la formula ha subito delle evoluzioni fino alla definizione dei “Marchè paysan”. In questi mercati, analogamente a quanto definito dalla normativa italiana, si obbliga alla vendita di produzioni proprie, e si richiede che la gestione sia di una collettività secondo una precisa carta di impegni.

Nel Regno Unito, nel 2007, si contavano già 500 farmers market frequentati da 15 milioni di consumatori ogni anno, con un giro di affari di 166 milioni di sterline/anno. A seguito della loro crescente diffusione sono nate diverse associazioni di farmers market che offrono, ai loro iscritti, supporto tecnico e al contempo lavorano per la loro diffusione.

In Germania nel 2007 erano attivi già 5000 mercati contadini, sorti già a partire dal 1992. Lo sviluppo di questi mercati all'interno dei centri abitati, ha avuto effetti positivi per l'economia dei quartieri in cui si sono insediati, aumentando l'afflusso di visitatori e quindi incrementando il commercio anche delle attività commerciali preesistenti. All'inizio di ogni anno si tiene a Monaco la “conferenza sul mercato contadino bavarese” che ha il compito di produrre nuove proposte, curare la formazione dei dirigenti dei mercati contadini e la loro immagine.

Negli Stati Uniti nel 2006 i mercati contadini erano circa 3800, e il primo mercato di questo tipo sorse già nel 1972. Il Dipartimento agricoltura del governo statunitense è impegnato nella promozione dei mercati contadini e nella gestione di tutte le forme di vendita diretta. Dal 6-12 agosto 2006 ha promosso la prima settimana nazionale dei mercati contadini.

 

Cosa dice la legge italiana?

Il D.M. 20 novembre 2007 disciplina l'attività dei mercati agricoli in Italia. La presenza di una normativa specifica non solo rende chiaro e semplice identificare i mercati ma permette di offrire garanzie di trasparenza e fiducia ai consumatori. La legge infatti si esprime ritenendo opportuno promuovere questi mercati per incrementare il legame del cittadino con il proprio territorio. In primo luogo la legge chiarisce subito che la vendita diretta in questi mercati è permessa solo agli imprenditori agricoli, nei quali comprende anche cooperative e consorzi, quindi non ad intermediari. Gli agricoltori devono comunque avere l'azienda all'interno del territorio regionale o anche in ambiti più restrittivi definiti dalle amministrazioni. Il ruolo del comune in questa attività è di coordinamento e di ente promotore del mercato in quanto possono istituirli, o autorizzarli nel caso esistano iniziative private in tal senso. Il comune autorizza i mercati sulla base di un disciplinare che regolamenta il mercato. I mercati contadini, non sono realtà improvvisate, o contenitori anonimi in cui buttare dentro tutto perchè lo statuto, che ne regolamenta il funzionamento per legge, deve valorizzare la tipicità la provenienza dei prodotti e deve incentivare l'informazione sui prodotti tipici anche tramite lo svolgimento di attività culturali e ludiche legate ai prodotti stessi.

Inoltre, ed è una cosa importantissima, il comune deve vigilare sul mercato contadino: deve garantire il rispetto della territorialità, dello statuto ed igiene. Infatti nei mercati contadini, fermo restando il rispetto di tutte le norme, è consentita anche l'attività di trasformazione dei prodotti agricoli. Si deve creare in fine un sistema che sia in grado di autogestirsi, un gruppo di agricoltori della vostra terra che lavori secondo uno statuto, che faccia impresa ed utili lavorando uniti.

 

Perché il mercato contadino a Ceccano?

Perché è un esempio, un primo passo per introdurre anche a Ceccano un sistema agricolo che non sia di sopravvivenza ma sia in grado di produrre reddito ed occupazione. Non è certo il mercato contadino la soluzione di tutti i problemi dell'agricoltura, ma è un primo passo, non un esperimento, ma una concreta possibilità di successo. Ceccano, come molti altri comuni della provincia e non solo, è formato da numerosissime piccole realtà che soffrono per la loro frammentazione. Nonostante il desiderio di molti di proseguire l'attività agricola, si scontrano con problemi che singolarmente non sono in grado di affrontare. Vogliamo fare un primo piccolo passo, che si inserisce in un progetto molto più ampio, che riporti l'amministrazione pubblica al ruolo che le compete e cioè di amministrazione e governo del territorio. Anche un piccolo comune può munirsi di strumenti per programmare negli anni i settori produttivi. Da molti anni ormai esiste una diffusa sensazione di abbandono, da parte delle amministrazioni pubbliche, della programmazione dello sviluppo del territorio e quindi dell'abbandono delle realtà produttive a se stesse. I disastri ambiatali che stiamo subendo noi e le cui conseguenze ricadranno anche sui nostri figli e nipoti, sono anche conseguenza di questo abbandono. Controllare il territorio non è un costo ma è una risorsa, se si vuole che lo diventi. Siamo abituati a vedere nella sola industria l'unica possibilità di ricchezza, ma la situazione in cui siamo non ci permette di mettere nulla in secondo piano. Abbiamo industria, agricoltura, turismo, artigianato, abbiamo più risorse di quante ognuno di noi possa immaginare, risorse che vanno sfruttate secondo criteri moderni (e di semplice buon senso) di sostenibilità sociale ed ambientale. Se avete dei figli basta guardali per trovare in loro un buon motivo. Se in questo mondo siete soli potete farlo per amor proprio. Il futuro è ora, dobbiamo solo decidere come vorremmo che sia!

 

Quando si agisce cresce il coraggio,
quando si rimanda cresce la paura.
Publilio Siro, Sentenze, I sec. a.C.

 

 

 

 

 

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